La storia in due stanze

Nornavo nasce da una cosa piuttosto semplice: Giulia Ferrante si è stancata di vedere appartamenti romani trattati come showroom. Ha aperto la società qui, in Via di Porta San Sebastiano, 2, in un palazzo dove le scale sanno di cera e la luce del pomeriggio entra storta. All’inizio eravamo un tavolo, due lampade e una libreria di campioni. Poi sono arrivati i primi trilocali, un bar che doveva sembrare di quartiere e non di franchising, una casa in affitto da sistemare in fretta senza farla sembrare un set. Oggi lo studio è ancora piccolo di proposito. Non abbiamo un open space da rivista e non teniamo una fila di soci silenziosi. C’è Giulia, c’è un nucleo di progettisti e c’è una rete di artigiani che conosciamo per nome. La società si chiama Nornavo Società a Responsabilità Limitata, numero REA RM-8472916, e questo conta quando firmi un incarico: sai chi c’è dietro la mail. Nel 2026 continuiamo a prendere pochi cantieri per volta. Preferiamo rispondere al telefono piuttosto che riempire un calendario fino a farlo scricchiolare. Se entri in studio troverai campioni, piante piegate e caffè in tazzine diverse. Troverai anche due foto che teniamo sul muro: una del tavolo di lavoro, una di un corridoio finito. Non sono trofei. Servono a ricordarci da dove partiamo e dove vogliamo arrivare quando un cliente ci dice “vorrei che sembrasse casa, non un hotel”. Se passi senza preavviso può darsi che siamo fuori a misurare un davanzale: meglio una mail prima, così ti aspettiamo con i campioni già sul tavolo e non con la scusa pronta.

Studio Nornavo con campioni e disegni Corridoio residenziale finito da Nornavo

La meta, messa in stecche

La meta dello studio non è “diventare un marchio”. È più noiosa e più utile: fare in modo che chi vive o lavora in uno spazio Nornavo non debba spiegare agli ospiti che cosa abbiamo fatto. La casa deve reggersi da sola. Per tenerci su questa riga abbiamo quattro intenzioni, scritte come stecche orizzontali perché così le vediamo anche noi, tutte le mattine, quando apriamo il quaderno. Non sono slogan da vetrina. Sono filtri. Se un lavoro non passa da qui, lo rifiutiamo anche se il budget è comodo. Roma è piena di interni che urlano. A noi interessa quelli che tengono la voce bassa e la schiena dritta. Nel 2026 queste stecche restano le stesse: ascoltare prima di disegnare, scegliere materiali che invecchiano, rispettare il palazzo, lasciare al cliente l’ultima parola sulle cose che tocca ogni giorno. Se una richiesta chiede di cancellare un soffitto dipinto solo perché “così è più moderno”, la stecca del palazzo si accende e ne parliamo prima di firmare. Meglio un no detto al tavolo che un sì che poi ti fa odiare la casa.

Capire la vita vera

La pianta segue le abitudini, non il contrario. Se fai colazione in piedi, non ti disegnamo un tavolo da dodici.

Materiali che restano

Preferiamo un legno che si graffia con dignità a una finitura che dopo un inverno sembra un’altra cosa.

Rispetto del palazzo

A Roma i muri parlano. Non copriamo stucchi e volte solo perché va di moda il bianco totale.

Chiarezza sul tavolo

Preventivo, tempi e limiti detti prima. Se qualcosa non si può fare, lo senti da noi, non dal cantiere.

La storia, in verticale

Non mettiamo una scala di date inventate per sembrare antichi. La società è giovane e lo diciamo. Quello che ha senso raccontare è il modo in cui il lavoro si è stratificato, tappa dopo tappa, fino al 2026. Ogni riga qui sotto è un passaggio che abbiamo davvero fatto: le case, i locali, il metodo, le persone. Se cerchi una cronologia da enciclopedia, questa pagina ti deluderà. Se cerchi di capire come siamo arrivati a rispondere al telefono in un certo modo, va bene così.

L’avvio in studio

Giulia Ferrante registra Nornavo S.r.l. e prende la stanza in Via di Porta San Sebastiano. I primi incarichi sono consulenze corte: un soggiorno, una cucina, un ufficio in casa. Impariamo a dire di no quando il cliente vuole solo “come quella foto”.

I primi appartamenti interi

Arrivano i residenziali completi. Entra in gioco il cantiere, con le sue pause e le sue sorprese. Mettiamo in piedi la rete di artigiani che ancora oggi chiama lo studio per nome e non per ticket.

I locali di quartiere

Un bistrot, poi uno studio medico, poi una bottega. Capisco che un commerciale buono non è un salotto più resistente: è un percorso, un rumore, un modo di lavorare in piedi otto ore.

Il metodo Nornavo

Fissiamo le stecche, i tempi medi, il modo di scrivere i preventivi. Niente pacchetti lampo. Un solo referente. Revisioni comprese dove ha senso. La carta intestata resta sobria di proposito.

Il 2026

Restiamo piccoli. Prendiamo incarichi che possiamo seguire. Aggiorniamo i campioni, non la facciata. Se scrivi oggi, ti risponde una persona che ha visto la casa o il locale di cui parli, non una centrale unica.